IL PROGETTO

LIBERALI RIVOLUZIONARI

Nelle prossime pagine troverete alcuni scritti raggruppati secondo uno schema logico che – da ingegnere e imprenditore – mi piace pensare come a due equazioni che spiegano la nostra concezione del federalismo:

Federalismo = – Stato – Soldi pubblici +Lavoro + Merito + Sicurezza

Libertà = Federalismo

Il Federalismo infatti è la traduzione istituzionale del massimo grado di libertà possibile. È la forma di organizzazione della società che garantisce la più ampia autonomia e indipendenza alle comunità coinvolte, assicurando lo sviluppo ordinato di una società autenticamente liberale.

Tutti gli Stati veramente federali, sono Stati democratici e liberali.
E un vero liberale non può essere statalista, centralista, pianificatore. Non può volere un centro che assoggetta le periferie, un potere statale forte e coercitivo.
Un liberale autentico è per forza un federalista.
Mi sento anzi federalista perché liberale, ed essendo liberale non posso che essere federalista. Ritenendo la libertà il bene primario dell’uomo, non posso che pensare che la forma più giusta di organizzazione della società è quella che favorisce la libertà delle comunità coinvolte.
Ed un liberale non può non riconoscere a una comunità il diritto all’autonomia. Essere liberale porta naturalmente ai principi della libertà di autogoverno, dell’indipendenza da qualsivoglia potere esterno. Fosse anche – e forse soprattutto – quello dello Stato.

Mi sono accorto in questi anni che la visione liberale non è patrimonio collettivo di tutti, ma addirittura in parecchi settori della società e purtroppo tutti i movimenti politici sono attenti a difendere interessi precostituiti e anti-mercato.

Almeno per quanto mi riguarda, non è così, e ritengo opportuno spiegare ad esempio – che se si vuole la legge sull’etichettatura dei prodotti tessili – è per poter competere ad armi pari con i concorrenti, non per un privilegio assistenzialista.

La Lega era nata e cresciuta come una forza rivoluzionaria contro gli assistenzialismi, i privilegi, le ingiustizie di uno Stato antidemocratico che tassa gli uni per dare agli altri, favorendo clientele e corruzione. Oggi è una cosa diversa, e non voglio far polemiche. Ha preso una strada differente, buona fortuna. Ma le istanze e gli obiettivi delle origini sono sempre gli stessi, e noi non abbiamo cambiato idea.

Da vent’anni in tanti abbiamo combattuto – magari da varie posizioni – senza aver mai perso di vista gli obiettivi e le motivazioni di un’intera popolazione che si sente oppressa e schiacciata da uno Stato ingiusto, iniquo ed esoso.

Abbiamo condotto una partita politica nelle istituzioni romane: i risultati – molto deludenti – sono sotto gli occhi di tutti.

Ma – se i risultati non sono arrivati – le istanze sono sempre le stesse e sono giuste e attualissime. Solo che – finora – ha vinto lo Stato, lo Stato centralista, accentratore e onnipresente.

Per questo oggi è necessario far nascere GRANDE NORD.
Dobbiamo unirci, riprendere il cammino intrapreso e con coraggio proseguire nella nostra strada fino alla meta.

Per battere questo Stato occorre recuperare i nostri veri valori, per prima cosa imponendoci come Movimento rivoluzionario, l’antitesi dei partiti di gestione del potere. Un contenitore dove trovano spazio tutti coloro che vogliono cambiare e dove centrali sono sindaci e amministratori locali, ai quali viene data un’importanza vera e riconosciuta. Devono essere loro a dettar la linea del Movimento, non subire le decisioni della “classe parlamentare” che li vorrebbe mandare allo sbando in prima linea.

E poi con tre parole: concretezza, moralità, indipendenza.
Concretezza: ad esempio i governi – locali e nazionali – si devono concentrare sui problemi veri e concreti (le strade e i tombini, gli asili e il lavoro delle donne, i parchi e lo smaltimento dei rifiuti, le pratiche burocratiche assurde) e non gli slogan e la polemica politica fine a se stessa.
Moralità, non solo non pensare a moltiplicare posti di sottogoverno a carico del contribuente, ma anche introducendo limiti ai mandati parlamentari e il principio che nessuno deve vivere perennemente di politica, abbarbicato per tutta la vita a cariche pubbliche senza mai lavorare.
Indipendenza, perché il nostro vero obiettivo è di essere padroni a casa nostra, di vivere in una società libera e di non condannare i nostri figli ad essere schiavi di uno Stato ingiusto, cattivo e oppressore.

È una lotta difficile, e lo sapevamo dall’inizio. Non per questo ci fermiamo, perché siamo forti della convinzione dei giusti.

Arriveremo a vedere l’alba dello STATO DEL NORD, una entità federale inserita in un contesto federale e confederale italiano ed europeo. Come diceva il grande milanese Carlo Cattaneo, tutti fratelli e tutti padroni a casa propria.

MENO STATO

Lo Stato, dalle nostre parti, è sentito come un peso, un’entità sovraimposta a cui si deve per forza ubbidire, un corpo estraneo che ci costa e ci affatica.
Nel succedersi di dominazioni che hanno interessato il nostro territorio, c’era sempre qualcuno (spagnoli, francesi, austriaci…) che veniva a chiederci dei soldi per portarli altrove, che ci costringeva a dedicargli parte del nostro tempo, che veniva a dettarci regole che non sentivamo nostre… Negli anni quindi è nato un sentimento antistatalista, un sentimento di rivalsa nei confronti di un’entità che abbiamo vissuto e viviamo come “costrizione e coercizione”, e che si è fatta via via più oppressiva e onnipresente. Per noi padani lo Stato è tradizionalmente molto più un nemico che non una struttura cui partecipiamo.
D’altra parte, se ci pensiamo, la nostra identità affonda le radici in un passato fatto di comuni, di municipalità che diventano contee, principati, repubbliche sovrane che battono moneta. Ci conoscono ovunque, nel mondo, per gli splendori di Venezia, delle Repubbliche marinare, per l’arte e gli straordinari tesori culturali prodotti a Firenze, a Pisa, a Siena, a Ferrara, a Bologna, in Lombardia, a Milano. Quando non erano costrette a subire il peso di un apparato statale centralizzato, le realtà municipali hanno dato vita a straordinarie fioriture. E non è un caso che il periodo in cui hanno goduto di maggiore autonomia, dall’età comunale sino al Rinascimento, è coinciso con la fase di massima produzione ed eccellenza sul piano artistico, culturale, economico. In quell’epoca, infatti, le ricchezze prodotte nei Comuni e nei Principati padani non finivano nelle casse di un impero o di uno Stato centrale ma rimanevano sul territorio e potevano essere destinate ad abbellire le città con opere di straordinario pregio architettonico o investite proficuamente in attività che davano slancio all’economia. Il termine “Lombard” diventerà in breve tempo sinonimo di finanza: e ancora oggi il “Lombard” è un importante tasso bancario e Lombard street, nella City di Londra, è la strada dove si trovavano un tempo i Lloyd’s e dove oggi ha sede la Banca d’Inghilterra.
È da questo passato fiero che si origina quel pensiero condiviso, “quell’idem sentire” della gente delle nostre parti, più propensa a dare potere alle istituzioni del territorio che sente vicine che a quelle che vive come emanazioni di un potere centrale estraneo e lontano. «… i nostri Comuni erano “Stati”, le nostre glorie sono in ogni angolo d’Italia, le nostre zolle hanno tutte una storia pari in grandezza con la storia dei grandi Stati e dei grandi imperi» scriveva don Sturzo. «Questo esercizio di virtù, di forza, di attività di genio non può essere ridotto ad un unico centro assoluto…». 1

Federalismo integrale

Il nostro primo obiettivo è quello di trasformare lo Stato italiano in uno Stato autenticamente federale.
Sogniamo uno STATO DEL NORD, inserito in una federazione italiana all’interno della federazione europea.
Parliamo di “Stato” senza remore, perchè questa è la traduzione più corretta di parole come l’inglese “State” o il tedesco “Land”.
Quanto grande dovrà essere questo STATO DEL NORD? Quali delle attuali regioni vi apparterranno? La risposta semplicemente non la voglio dare, perchè competerà ai cittadini interessati che potranno decidere liberamente.
Il Veneto vuol stare da solo? O la Toscana? Benissimo. E se poi cambia idea? Semplice, si torna indietro. In uno stato federale viene definitivamente superato il Tabù dell’unità a tutti i costi, delle organizzazioni fisse e immutabili. Il mondo cambia a una velocità vertiginosa, perchè non dovrebbe cambiare anche l’assetto delle nostre organizzazioni statuali?
L’importante è che si tratti di uno stato federale, ove il principio “più vicino al cittadino, più semplice possibile” sia diventata la regola.
Il Federalismo è la chiave di volta per uno stato minimo, meno invasivo e più libero possibile.
Ma che cosa intendiamo quando parliamo di federalismo?
Gianfranco Miglio ha definito “una ‘federazione’ una pluralità di comunità politico – amministrative molto indipendenti, ma stabilmente collegate fra di loro. La struttura interna di ogni organizzazione federale prevede una pluralità di governi (uno per ogni comunità) e un governo dell’Unione.” 2
Federalisti sono coloro che aspirano a trasformare il proprio Stato in una organizzazione federale, ma sono anche coloro che ritengono fondamentali i principi di libertà, leggerezza della “res publica”, valorizzazione delle comunità locali… che il Federalismo può realizzare.
Il Federalismo infatti è un modello politico di gestione dello Stato, ma è al contempo anche un modo di intendere la politica che presuppone l’applicazione del cosiddetto “principio di sussidiarietà”, sintetizzabile nell’indicazione “non faccia il livello superiore quello che può fare il livello inferiore”. Cioè non faccia la Provincia ciò che può fare il Comune, non faccia la Regione ciò che può fare la Provincia, non faccia lo Stato ciò che può fare la Regione, non faccia l’Unione Europea ciò che può fare lo Stato nazionale. Il livello cui devono essere affidate le competenze per la gestione della cosa pubblica e la risoluzione dei problemi è dunque sempre quello più vicino al cittadino. È un principio semplice e in grado di dirimere ogni possibile conflitto di competenze o controversia tra i vari livelli dell’organizzazione pubblica. Ed è un principio profondamente democratico, poiché porta più vicino agli unici detentori del potere, ovvero i cittadini stessi, i centri decisionali. Al livello superiore viene delegato solo ciò che è strettamente necessario delegare. In questo consiste la sussidiarietà verticale.
La sussidiarietà orizzontale prevede invece che lo Stato non si occupi di faccende di cui può tranquillamente occuparsi il singolo cittadino o la famiglia. Il pubblico, cioè, non si deve occupare di normare, di legiferare, di decidere, di dire che cosa noi dobbiamo fare, se non è strettamente necessario alla vita delle nostre comunità.
Il pubblico, insomma, non deve entrare in settori che non sono di sua stretta competenza, non deve fare economia pubblica ma lasciare mano libera ai privati; lasciare, insomma, che ognuno di noi imposti la propria vita e la propria attività economica come meglio ritiene. Lo Stato semmai deve fornire regole giuste e uguali per tutti, per evitare il prevalere del forte sul debole, e si deve impegnare a farle rispettare a qualsiasi costo.
Quello di sussidiarietà orizzontale è un principio liberale che, unito al principio di sussidiarietà verticale, costituisce il fondamento del cosiddetto “federalismo integrale”. L’applicazione pratica dei due principi porta alla realizzazione di un Paese veramente libero e democratico, autenticamente liberale nel significato più profondo del termine.
Federalista integrale era per esempio Gianfranco Miglio, lo è sicuramente Bossi, lo sono stati nel corso degli anni tantissimi pensatori e figure come Adriano Olivetti. «La società immaginata dai federalisti integrali», spiega Bossi «si basa sulla coesistenza, nell’organizzazione statale, di cinque principi: libertà, autonomia, cooperazione, sussidiarietà e partecipazione. La libertà va garantita a ogni individuo e/o comunità al massimo grado compatibile con le libertà altrui; l’autonomia è da applicare a tutte le organizzazioni territoriali (Comuni, Regioni, eccetera) e funzionali (imprese, sindacati, partiti) affinché possano autogovernarsi senza imposizioni esterne; la cooperazione impedisce l’isolamento e consente a tutte le comunità di affrontare razionalmente i problemi generali; la sussidiarietà si realizza con una distribuzione del potere che attribuisca ogni competenza al livello più basso e quindi più vicino agli interessati; infine la partecipazione consente l’accesso di ogni cittadino alle decisioni che lo riguardano, secondo principi di democrazia»3.
Un sistema autenticamente federale è per esempio quello svizzero, dove ci sono Comuni in cui vige la democrazia diretta e addirittura capita che i capifamiglia si ritrovino la domenica in piazza per votare provvedimenti che interessano la comunità locale. Sistemi simili presuppongono un alto grado di partecipazione, ma senza dogmi o pregiudizi. Nella democrazia diretta essere presenti è un diritto, non un dovere: chi c’è, c’è, chi non c’è sono fatti suoi, vuol dire che non eserciterà il suo diritto di voto. Non è necessario votare su tutto, lo si fa solo quando lo si ritiene utile.
Quello svizzero è quindi per noi un modello di riferimento, ed è senz’altro un modello virtuoso: gli svizzeri stanno insieme da settecento anni pur parlando quattro lingue diverse, hanno mantenuto la pace al proprio interno, hanno un sistema di governo che assicura ai propri cittadini un alto tenore di vita e un bassissimo tasso di povertà e sono orgogliosi della propria cultura e identità. Diverso ovviamente è il caso degli Stati Uniti, realtà più giovane e più grande rispetto alla Svizzera, ma nell’ambito della quale i singoli Stati godono di un notevole tasso di autonomia. I trenta senatori del Texas, per esempio, decidono quanti immigrati accogliere ogni anno, per che reati vada applicata la pena di morte, e lo fanno in piena autonomia rispetto al governo centrale e al Senato federale. In realtà negli ultimi anni il peso delle istituzioni di Washington si è fatto via via più gravoso, destando malumori e sollevando critiche tra la popolazione. Ho potuto toccare con mano questo scontento durante un viaggio condotto negli USA nel 2005, anno in cui sono stato selezionato per prendere parte a un programma chiamato “International leadership program”. Si tratta di un’iniziativa quasi secolare, che ha coinvolto negli anni molti leader sia nel campo della politica che dell’imprenditoria che delle scienze o delle arti, e destinato ai giovani dirigenti con alta potenzialità di crescita di tutti i Paesi del mondo. Su di essi il governo degli Stati Uniti decide di investire facendo conoscere il proprio Paese, e al contempo studiando e conoscendo gli interessati. In questa veste, ospite del governo americano, ho girato il Paese incontrando governatori, senatori, dirigenti, scienziati, imprenditori, professionisti e alti burocrati. In molte di queste occasioni di confronto ho colto preoccupazione e disappunto per l’accresciuto margine di intervento del potere centrale, che però è probabilmente esito di una tendenza naturale, nel senso che col passare degli anni il governo centrale tende ad arraffare competenze (e denaro del contribuente), aumentando via via la propria autorità.
Ed è proprio per opporsi a questo che sono nati in America Movimenti come quello di Sarah Palin, che chiedono di tornare al modello americano delle origini, in cui si rispettavano i principi di sussidiarietà sia nel pubblico sia nel privato.
Sui “Tea Party” la stampa del nostro Paese non si dimostra né informata né corretta, e tende a rappresentare questo Movimento interno al partito repubblicano statunitense come un’accozzaglia estemporanea di ultra conservatori ortodossi e un po’ beceri. Si tratta invece di un moto popolare che sostiene candidati contrari a ogni aumento della pressione fiscale federale e a ogni ingerenza federale (e sottolineo federale) nella vita degli individui.
“Meno il governo federale si interessa di noi, meglio stiamo” è il leit motiv di molti loro interventi, che rivendicano sia maggiore autonomia delle periferie (Stati nazionali, contee e municipi), sia minore invasività delle decisioni federali nella vita delle famiglie e dei singoli individui. Alla base dei “Tea Party” c’è nella sostanza una rivendicazione politica autenticamente federalista, assolutamente condivisibile. Una riorganizzazione che oggi più che mai potrebbe avvalersi degli strumenti messi a disposizione dalla modernità. C’è chi pensa che modernità e tradizione siano due prospettive antitetiche e in perenne conflitto. Per un federalista le cose non stanno così. “Laudamus veteres, sed nostri annis utemur,” “lodiamo il passato, ma muoviamoci nel presente” dice la massima di Ovidio.
Non si può continuare a ignorare – nella gestione della burocrazia e della macchina pubblica – la funzionalità di risorse come internet, o come la possibilità di sondare l’opinione pubblica in tempi reali, di effettuare consultazioni e referendum senza ricorrere più a procedure borboniche come quella di recarsi ai seggi per siglare una scheda ma facendolo magari in maniera più agevole da casa… Ebbene, tutti questi sistemi, oltre a contribuire ad alleggerire il peso della classe politica professionista a vantaggio di modalità di democrazia diretta, possono giocare un ruolo essenziale in quanto forme efficaci di coordinamento tra le varie municipalità e realtà locali.
Solo vent’anni fa, per esempio, era impensabile gestire in maniera dialogante un sistema di anagrafe tra 5000 Comuni, mentre oggi con internet e con i moderni sistemi di comunicazione è relativamente facile. Quindi a che cosa serve che dell’anagrafe si occupi il Ministero dell’Interno? Non è più necessario centralizzare quando le tecnologie consentono di operare coordinando istituzioni periferiche. Oggi il centralismo è superato. Occorre soltanto mettersi d’accordo per avere procedure compatibili e strumentazioni efficienti, ma, una volta raggiunta l’intesa, il principio di sussidiarietà prevede che sia l’ente più vicino al cittadino a fargli da referente.
A proposito di modernità, Miglio osservava come i nuovi sistemi ci aiutino paradossalmente a stare più in casa, perché rendono superfluo viaggiare. Si va in effetti verso un mondo fatto di grandi possibilità di spostamento reale e virtuale, di grandi interazioni, di grande apertura di spazi economici e culturali. Un mondo globale e locale al tempo stesso, “glocale”, per usare la definizione di Pietro Bassetti. Questo fluidificarsi dei confini nazionali a vantaggio di una realtà pluralistica e interconnessa è di per sé un bene perché può portare sviluppo, ricchezza e libertà. Ma in un mondo così fatto c’è bisogno anche di radici. Dobbiamo ricordarci sempre chi siamo e da dove veniamo, perché altrimenti rischiamo di perderci in un unicum senza cultura, dignità e tradizioni. E questo sarebbe sbagliato e inaccettabile per l’uomo, che invece è fatto di relazioni, di affetti, di tradizioni e di memoria.

Etica e pragmatismo

Come si è detto, in base al principio di sussidiarietà il cittadino delega meno il proprio potere e lo delega a chi gli è più vicino. Di conseguenza, ha più possibilità di controllare i politici e gli amministratori, li vede di più perché non sono lontani. Lo spazio di manovra di chi ha interesse a muoversi nell’ombra pertanto diminuisce, come diminuisce la possibilità di subire o indurre corruzione, a vantaggio di trasparenza e moralità.
Non siamo così ingenui da pensare che il Federalismo sia la panacea di tutti i mali, ma certo aiuta nello sforzo senza fine di evitare che chi ha potere possa approfittarne per questioni personali.
Chi ha potere deve essere al servizio del cittadino, così come lo devono essere tutte le istituzioni, che non sono entità intangibili e sacrali.
E istituzioni più snelle consentono anche di essere guidate da un semplice cittadino “prestato” alla funzione per poco tempo, contribuendo in tal modo a ridurre uno dei punti più nocivi di un sistema democratico, cioè il professionismo della politica.
Scriveva Miglio: “Fra i mali di cui soffre l’Italia c’è senza dubbio l’eccesso di professionismo della politica: troppa gente vuol campare con rendite o profitti che derivano dal potere.”4
Riportare competenze nei palazzi del potere, premiare il merito, favorire una partecipazione civica: sono fatti essenziali per poter cambiare davvero il Paese.
Il Federalismo pone al centro la persona, la famiglia e le comunità locali, non le istituzioni di uno Stato sacro e intoccabile. Le istituzioni, per un federalista, sono strumenti; possono anche essere soppresse, riviste, riorganizzate dal punto di vista territoriale perché quello che conta è mettersi d’accordo e costruire insieme un’organizzazione sociale efficiente e democratica. Quello che è intoccabile e non sacrificabile sono le nostre tradizioni, le nostre famiglie, la nostra libertà, le nostre vite. Non lo Stato e le istituzioni.
E dunque non contano gli enti che ci gestiscono, né le ideologie dei partiti che non aiutano a risolvere i problemi concreti. Questo non significa che si debba far politica senza valori. Tutt’altro! I valori, gli affetti, le tradizioni, le convinzioni e i principi fanno parte del bagaglio personale e collettivo di ciascuno di noi e delle nostre comunità, ma non possono diventare merce di scambio in vista di uno scontro elettorale o politico. Diversamente, si perde di vista lo statuto autentico della politica, che non è una mera disputa tra ideologie, ma la scienza della gestione della cosa pubblica. Che richiede senz’altro un approccio pragmatico e non ideologico, non proiettato su un paradiso che verrà ma sul qui e ora.
Di fronte alla necessità di decidere se realizzare o meno una strada, cosa importa essere di destra o di sinistra? Ci si confonde solo le idee e si perde tempo utile per risolvere problemi. Se voglio la strada, eleggerò un sindaco o un Presidente che abbia un programma favorevole alle infrastrutture, e lo rivoterò se lo avrà realizzato. Altrimenti lo punirò votando qualcun altro.
In tal modo si risana la frattura tra politica e società, ricreando un rapporto seriamente responsabile tra eletto ed elettore e tra cittadino e istituzioni. Perché non è il cittadino a doversi mettere a disposizione dello Stato, come Kennedy sosteneva quando affermava: “non chiediamo cosa lo Stato deve fare per noi, ma cosa noi possiamo fare per lo Stato”. Belle parole, ma che implicitamente richiamano a una condizione di subordinazione, di servitù, nei confronti di un’entità ritenuta superiore. La libertà presuppone di non essere servi mai e di nessuno, e di non vagheggiare sistemi politici che ci porteranno a un paradiso futuro, per cui sacrificarsi e magari morire. Ciò che conta è affermare se stessi nelle proprie convinzioni, nei propri valori e nella propria vita familiare e comunitaria.
È il sogno di John Lennon: «Imagine there’s no heaven, it’s easy if you try, no hell below us, above us only sky. Imagine all the people, living for today… Imagine there’s no countries, it isn’t hard to do, nothing to kill or die for…» (“Immagina non ci sia il paradiso, prova, è facile, nessun inferno sotto i piedi, sopra di noi solo il cielo. Immagina che la gente viva al presente… Immagina non ci siano Stati, non è difficile, niente per cui uccidere e morire…”).

Europa superstato o federazione di popoli?

Un federalista è autentico se ragiona negli stessi termini anche quando guarda fuori dal suo Stato. Non possiamo essere federalisti solo all’interno, dobbiamo essere federalisti – e noi lo siamo – anche nel modo di pensare l’Unione Europea. Contrariamente all’opinione diffusa, non siamo anti-europeisti, anzi. Siamo però convinti della necessità di un’Europa diversa da quella attuale.
Ho compiuto diciotto anni nel 1989, l’anno della caduta del muro di Berlino. In quella fase era forte la spinta a superare gli steccati e a coltivare il sogno di una vera unione tra i popoli del nostro continente. L’Unione europea doveva abbattere le barriere ideologiche e fisiche tra gli Stati nazionali, senza più muri, dogane, impedimenti. Per farsi simile a quella che molti di noi percorrevano in treno in estate muniti del biglietto interrail, che dava libero accesso a tutti gli Stati.
Invece è accaduto che su questo sogno mettesse le sue mani la burocrazia degli Stati, per creare un edificio europeo a proprio uso e consumo, un’Europa di burocrati che comandano e impongono regole a volte percepite come prive di senso, un’Europa di regolamenti, di politica “dall’alto” che entra nelle nostre case e ci dice come dobbiamo essere e che cosa dobbiamo fare. Esattamente come un super-Stato, un’aggregazione di singoli Stati nazionali che si comporta, su alcune materie, esattamente come farebbe un suo membro. Anzi, con l’aggravante che il super-Stato è più che un’aggregazione di Stati, perché impone agli Stati membri una “riserva” di sovranità, di fatto rendendoli propri vassalli.
In questa Europa degli Stati tutte le procedure decisionali sono rigidamente vincolate al rispetto dei voleri dei vari Ministeri, delle varie Presidenze del Consiglio dei Ministri e dei vari governi nazionali. Il risultato è un organismo che a noi non piace. A noi piace l’idea di Europa, la riteniamo essenziale e irrinunciabile. CI sentiamo europei, e nell’essere europei vogliamo ritrovare quei valori occidentali e liberali che hanno fatto e fanno dell’Europa il luogo dove viviamo, vogliamo vivere con i nostri figli.
Ma quella che vogliamo è un’Europa dei popoli, non della burocrazia e dei regolamenti. Un’Europa così è nemica della società vera, di chi produce, di chi lavora, degli imprenditori, dei lavoratori e anche dei consumatori.
Quando parliamo di Europa politica, intendiamo una Europa che si muova all’unisono su alcuni temi e che porti avanti le istanze del complesso dei popoli europei.
Pensiamo per esempio alla politica estera: non sarebbe più vantaggioso per tutti i cittadini che fosse gestita a livello europeo, che ci fosse cioè un orientamento generale condiviso da tutti? Dobbiamo mettere delle sanzioni contro l’Afghanistan? Lo decida il Parlamento Europeo, non la maggioranza dei ministri degli Esteri dei singoli Stati. Chiudiamo 27 Ambasciate in Afghanistan e diamo all’unico Ambasciatore Europeo il potere di rappresentare 400 milioni di europei. In questo modo, i popoli dell’Europa potrebbero davvero avere la possibilità di far sentire la propria voce, forte e autorevole. Gli Stati nazionali, invece, non vogliono rinunciare alle proprie prerogative, alla propria autonomia, al proprio piccolo orticello… e ogni governo si sente libero di fare ciò che vuole. Il risultato è un’Europa che per quanto possa essere un forte competitor sul piano economico-finanziario è in realtà un nano politico sul piano internazionale, e incapace inoltre di gestire al suo interno problemi gravi come quello dei flussi di immigrati provenienti dal Nord Africa. Per farla crescere, l’Europa, occorre invece pensarla come una somma di popoli e non di singoli Stati nazionali, e creare nuove istituzioni europee democratiche e che rappresentino la volontà di popoli anche molto diversi ma con un sentire comune. Pensare a strutture federali come lo Stato del Nord aiuta il processo di federazione europea, poichè limita e riduce il ruolo degli attuali Stati nazionali e contribuisce al diffondersi del metodo federalista.
Se non ci muoviamo in questa direzione, continueremo ad avere un’Europa debole quando dovrebbe essere forte, e immobile quando invece dovrebbe essere dinamica.

MENO SOLDI PUBBLICI

Stato leggero

Lo STATO DEL NORD che immaginiamo è uno Stato di cittadini in un’Europa dei popoli. Uno Stato leggero e fatto di sostanza, non di immagine, che non celebra se stesso con parate e cerimonie, che non ha bisogno di sedi di rappresentanza in giro per il mondo, sedi diplomatiche inutilmente lussuose, personale di servizio, privilegi… Uno Stato che spende il meno possibile, più pragmatico e concreto e meno ideologico e autocelebrativo. Una struttura istituzionale il meno pesante possibile, che consentirebbe tra l’altro di riconquistare ampi spazi di tempo libero. Come un antico signore feudale, che imponeva ai suoi sottoposti, che fossero nobili cavalieri o umili servi della gleba, l’obbligo di servirlo, lo Stato odierno ci impone di lavorare per lui una certa parte della nostra vita. Oggi nel nostro Paese abbiamo una pressione fiscale del 60 per cento, il che significa che lavoriamo circa tre, quattro giorni la settimana per lo Stato e soltanto due giorni per noi. Di fronte a servizi sociali funzionanti, uno potrebbe anche dire: «va bè, è uno sforzo accettabile», ma oggi le cose non stanno esattamente così, perché i servizi di cui beneficiamo in realtà sono coperti dal lavoro di un solo giorno alla settimana. E gli altri due? Gli altri due si lavora per mantenere in piedi una struttura burocratica, che ci rende schiavi per poter sopravvivere.
Questa forma di assoggettamento viene di solito letta in termini meramente economici, ma si ripercuote in realtà anche sulla nostra modalità di gestire il tempo e la vita, sui nostri comportamenti. Uno dovrebbe poter decidere se lavorare di più e avere di più, oppure se lavorare di meno e avere più tempo libero. L’importante è che lo Stato voglia meno per sé, perché meno vuole per sé e più noi riusciamo a recuperare tempo e risorse da destinare a noi stessi, alle nostre famiglie, alle nostre comunità, mentre più lo Stato vuole, più noi siamo costretti a lavorare per lui.
Più la pressione fiscale sale, più ci avviciniamo a un modello di Stato che limita la libertà individuale e che si arroga la facoltà di decidere al posto nostro. È il modello dei Paesi comunisti, dove praticamente tutto il frutto del tuo lavoro se lo prende lo Stato, che poi ti offre come servizio quello che ritiene giusto per te. Appare chiaro come la fiscalità non abbia solo valenza economica, ma costituisca di per sé un intervento dello Stato che si estende fatalmente anche alla vita privata e a quella delle comunità sociali. Con il crescere della pressione fiscale, si crea infatti uno Stato molto forte, molto presente, e molto invadente, che va a regolare e normare la vita di ciascuno di noi, spiegandoci cosa dobbiamo fare e imponendo regole sempre più complicate e assurde. Ci sono leggi che disciplinano ogni aspetto della nostra vita, che interferiscono anche nelle scelte più intime e personali. C’è chi vorrebbe scegliere per noi i prodotti da acquistare, la musica da ascoltare, come passare il tempo libero… E non solo. Oggi non si possono più usare i contanti per fare acquisti di un certo rilievo. Certo, sarà un provvedimento contro la mafia, ma intanto lo Stato può monitorare tutto e tutti. E ancora: usiamo i soldi delle tasse dei cittadini per finanziare questo o quel film, perché qualcuno da qualche parte ritiene giusto che venga realizzata quella pellicola e che venga veicolato quel messaggio. Addirittura a volte si hanno messaggi distorti e contraddittori: parliamo di incentivare l’utilizzo consapevole dell’ambiente e favorire misure di viabilità alternativa, ma fiscalmente non possiamo detrarre le biciclette, mentre tutte le auto sì.
Scriveva Ludwig von Mises: “I governi non sono mai liberali per tendenza. È nella natura degli uomini usare l’apparato di costrizione e coercizione per sopravvalutare il suo potere d’azione e di sforzarsi di assoggettare a tutti i campi della vita dell’uomo alla sua immediata influenza”5. Il federalismo è la migliore barriera a questa volontà di “costrizione e coercizione”.

Indipendenza

Se la struttura e il peso dello Stato sono ridotti ai minimi termini è chiaro che la tanto paventata secessione non ha più senso come strada per sottrarsi al giogo del potere centrale.
Ma se dico “Stato del Nord all’interno della Repubblica italiana e dell’Unione europea” ecco che vengo subito punzecchiato dai puristi dell’indipendentismo che storcono il naso di fronte a una proposta autenticamente federale.
A costoro rispondo innanzitutto che il dibattito è surreale: meglio avere dieci mele o cinque? Che senso ha rifiutare le cinque mele perchè ne voglio dieci?
Ma soprattutto, se si capisce cosa vuol dire davvero “federalismo”, appare chiaro come sarebbero “leggeri” sia lo Stato del Nord, sia la Repubblica federale in cui è inserito, fatto che rende molto meno invasiva l’esistenza di un contesto federale di appartenenza.
La cosa essenziale è dunque che le istituzioni siano agili, snelle e poco pesanti. Certo che se per ognuno di questi livelli devono esserci Ministri, Assessori, Presidenti, tutti con l’auto blu, tutti con la segretaria, tutti pagati profumatamente e con la politica che diventa una libera professione qualsiasi, si mette in piedi un edificio faraonico che invece di portare a uno snellimento dello Stato porta paradossalmente a un enorme incremento del costo della Res Publica. Le strutture devono essere composte di pochi elementi essenziali, e lo Stato non deve essere strumento di “costrizione e coercizione”, in modo che tutti siano liberi di vivere e di fare ciò che vogliono.
Solo la libertà di espressione, di scelta e di giudizio consente alla società di progredire e di crescere. Certo, essendo liberi si può anche sbagliare. Ma come può crescere un bambino che non è libero di sbagliare? L’autorità dei genitori deve trovare un giusto equilibrio con le esigenze dei figli, e a un certo punto deve limitarsi a essere autorità morale. Come non possiamo pensare, da genitori, di decidere sempre noi per i nostri figli, analogamente non possiamo pensare che lo Stato possa normare ogni aspetto della vita di ciascuno di noi, altrimenti finiamo per instaurare una nuova forma di schiavitù.
L’autorità deve andare di pari passo con la libertà, e quella tra autorità e libertà è una sorta di alternativa secca. Bisogna trovare sempre quella giusta via di mezzo che ci consente di mantenere un equilibrio. Uno dei più brillanti pensatori federalisti, Pierre Joseph Proudhon, per anni ingiustamente annoverato tra gli anarchici, scriveva: «Il problema politico consiste nel trovare l’equilibrio tra due elementi contrari, l’Autorità e la Libertà. Qualunque equilibrio instabile si traduce immediatamente, per lo Stato in disordine e rovina, per i cittadini in oppressione e miseria. Il contratto di federazione, la cui esistenza consiste nel riservare sempre più competenze ai cittadini che allo Stato, alle autorità municipali e provinciali più che all’autorità centrale, era il solo che potesse metterci sulla via della verità. Il sistema federale è applicabile a tutte le nazioni e a tutte le epoche, poiché l’umanità è progressiva in tutte le sue generazioni e in tutte le sue razze, e poiché la politica di federazione, che è per eccellenza la politica di progresso, consiste nel trattare ciascun popolo, nel momento che si indicherà, seguendo un regime d’autorità e di centralizzazione decrescente».6
Invece che procedere in questa direzione si è fatto il contrario. Si è andati controcorrente, contro il corso naturale delle esigenze politiche. D’altra parte, ogni volta che un movimento politico rivoluzionario, o comunque fortemente riformatore, ha combattuto contro il potere costituito in nome della libertà, una volta preso il potere si è poi sostituito alle istituzioni dello Stato. È sempre andata così, tutti i leader delle rivoluzioni hanno finito per tradirne lo spirito. Coglieva questo rischio anche Marx, che si sarà rivoltato nella tomba a vedere come i leninisti e gli stalinisti si trasformarono essi stessi nel potere centralista e autoritario che avevano precedentemente sovvertito. Ecco che cosa scrive Marx a proposito della Rivoluzione francese: «Il potere esecutivo, con la sua enorme organizzazione burocratica e militare, col suo meccanismo statale complicato e artificiale, con un esercito di mezzo milione di impiegati, si costituì nel periodo della monarchia assoluta, al cadere del sistema feudale, la cui caduta aiutò a rendere più rapida. I privilegi signorili della proprietà fondiaria e delle città si trasformarono in altrettanti attributi del potere dello Stato, i dignitari feudali si trasformarono in funzionari stipendiati, e la variopinta collezione dei contraddittori diritti sovrani medievali divenne il piano ben regolato di un potere statale, il cui lavoro è suddiviso e centralizzato come in un’officina. La prima rivoluzione francese, a cui si poneva il compito di spezzare tutti i poteri indipendenti di carattere locale, territoriale, cittadino e provinciale, al fine di creare l’unità borghese della nazione, dovette necessariamente sviluppare ciò che la monarchia assoluta aveva cominciato: l’accentramento; e in pari tempo dovette sviluppare l’ampiezza, gli attributi e gli strumenti del potere governativo. Napoleone portò alla perfezione questo meccanismo dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla. I partiti che successivamente lottarono per il potere considerarono il possesso di questo enorme edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore». 7
Le dinamiche descritte da Marx sono entrate in gioco anche in Russia, anche a Cuba, e non solo.
Insomma, tutti i movimenti rivoluzionari sono falliti perché anziché migliorare o smantellare lo Stato si sono sostituiti a esso assumendone le funzioni, e quindi deludendo le aspettative di cambiamento di cui si erano fatti portatori.
Lo dico con chiarezza al limite della provocazione: non mi interessa uno Stato Indipendente con 1.000 parlamentari a Venezia o Milano invece che a Roma, una Agenzia “Equipadana” delle imposte, una casta di mestieranti della politica che albergano alla reggia di Monza anzichè a Montecitorio.
Vogliamo uno Stato del Nord fortemente radicato nell’Europa centrale ed alpina cui apparteniamo, una struttura leggera, dinamica, che rispetti la nostra cultura e le nostre tradizioni e che consenta a tutti noi di esprimere il nostro potenziale di vita. Indipendente, autonomo, libero. La secessione è un falso problema, che rischia di condannarci per anni a continuare a essere schiavi del potere centrale di Roma.
Noi di Grande Nord non vogliamo sostituirci al potere attuale, nè replicarne uno uguale su scala ridotta e padana.
Vogliamo cambiare lo Stato, non semplicemente sostituire noi stessi agli attuali detentori del potere.
Dobbiamo invece come spiega con estrema chiarezza Altiero Spinelli considerare
“come un nemico da abbattere quella stessa cosa che tutti gli altri considerano,
ciascuno a modo suo, come un idolo da venerare o da servire: lo Stato nazionale». 8
In altri termini, se riusciremo ad avere un alto tasso di federalismo, riusciremo ad avere un alto tasso di libertà. Quando siamo stati liberi, ma veramente liberi, senza dominazioni esterne, abbiamo dato al mondo una grandissima lezione di storia e capacità innovativa. Avremmo ottentuo davvero la nostra libertà, la nostra autonomia e la nostra indipendenza. A questo dobbiamo puntare.

Federalismo fiscale

Per noi Federalismo fiscale vuol dire tenere i nostri soldi a casa nostra e poterne disporre a nostro piacimento. Vuol dire porre fine a quel “sacco del Nord” che prosegue da mezzo secolo e che – come dimostra Luca Ricolfi – “sottrae ogni anno almeno 50 miliardi alle regioni più produttive del Paese”9.
La verità è che il Federalismo fiscale frantuma le logiche di potere che hanno caratterizzato l’Italia dal secondo dopoguerra a oggi. Dà maggiore responsabilità a chi usa i soldi pubblici, che altro non sono che i quattrini dei cittadini, e avvicina gli amministratori alla gente, che può così avere un maggior controllo su come vengono spesi e investiti i soldi. La riforma fiscale in senso federalista andrebbe ad abbattere la roccaforte romana del potere, riversando su Regioni, Province e Comuni maggior potere di gestione delle risorse e di conseguenza maggiori opportunità di incentivare lo sviluppo del territorio.
Qui non si tratta di dividere un Paese, ma semmai di dare piena attuazione alla nostra Costituzione. I veri difensori della Carta costituzionale, infatti, non dovrebbero temere il processo federale in corso, ma semmai benedirlo e auspicarlo. Lo stesso Luigi Einaudi, uno dei padri fondatori della nostra democrazia, sosteneva negli anni Cinquanta del secolo scorso che le Regioni, le Provincie, i Comuni dovessero ricorrere a entrate proprie, per favorire il controllo dei cittadini sulla spesa pubblica, e garantirne così una gestione sensata. Vivere di proventi ricevuti dallo Stato, secondo il grande statista piemontese, non consentiva di sviluppare l’orgoglio del vivere del frutto del proprio sacrificio e alimentava la psicologia del vivere a spese altrui.
Dire queste cose significa mettersi contro il potere costituito, un potere centralista che dura da secoli e che è sostenuto da quei potentati che preferiscono agire nell’ombra.
Noi siamo i veri nemici dei conservatori, dello Stato monolitico che tutto fagocita, tutto decide e si presenta, di tanto in tanto, a intascare il voto.
La politica economica dettata dallo Stato centralista è fallita e ha, purtroppo, contribuito ad accentuare la differenza tra Nord e Sud del Paese e a creare di fatto due Italie. La finanza derivata, che ha caratterizzato la storia dell’Italia democratica, ha favorito le politiche dei disavanzi destinati a essere ripianati con le tasse, il fiorire della duplicazione di organismi e strutture, l’inefficienza e la deresponsabilizzazione degli amministratori. Il tutto con l’aggravante della spesa storica, concetto secondo il quale si concede un ampio margine di spesa a chi ha speso di più e male, ponendo, invece, limiti all’azione dei virtuosi che, muovendosi secondo il principio della responsabilità, hanno ridotto le uscite (pur avendo magari la disponibilità economica). In questo modo si sono tarpati gli investimenti e lo sviluppo di molti territori impoverendone il tessuto socioeconomico. È stato il sistema che ha governato il Paese a creare e alimentare, per convenienza, un’Italia a due velocità. A condannare il Meridione al ritardo economico è stata la classe politica che ha governato approfittando del sistema dello Stato centralista, finendo in questo modo per consolidarlo ulteriormente.
Ultimo ma non ultimo: il Federalismo fiscale è anche lo strumento più efficace nella lotta all’evasione, sia perché gli amministratori locali saranno costretti a contrastarla per garantire le entrate nelle proprie casse e non passare essi stessi per incapaci, sia perché più si è vicini alla fonte delle entrate, più eventuali fenomeni di evasione diventano visibili.
Tutto ciò deve portare necessariamente alla riduzione della pressione fiscale, non solo come fatto contingente necessario per far ripartire l’economia. Ma una riduzione drastica come fatto strutturale, epocale, un cammino verso la libertà senza possibilità di ritorno. Come dice Oscar Giannino “chi alza le aliquote lo fa solo per affastellare più fieno dalle nostre tasche nella greppia di Stato in cui partiti e governi affondano le mani”10. Con il Federalismo fiscale le tasse servono a pagare i servizi e stop. Gli altri soldi rimangono nelle tasche di chi li guadagna!

PIÙ LAVORO

Per noi, parlare di economia significa partire dall’industria, dall’artigianato e dalla produzione, dalla manifattura e dall’agricoltura. Perché un’economia senza produttori è un’economia fragile e che tende a scomparire. Noi non accettiamo l’idea che il terziario avanzato porterà i Paesi sviluppati a delocalizzare tutta la produzione manifatturiera, perché riteniamo che le basi della ricchezza siano anche nella tecnologia, nel know how, nell’intelligenza e nelle capacità di imprenditori, artigiani, scienziati, inventori e operai che devono avere una base da cui partire, innovare, inventare.
Senza base artigianale e industriale il Nord Italia si impoverisce, la pianura padana non può essere solo Manhattan. E anche New York stessa vive di un entroterra industriale e produttivo: il New England ed il New Jersey, ad esempio sono la patria dell’industria farmaceutica e biotecnologica.
Ma la politica non può e non deve calare dall’alto soluzioni o “politiche industriali” che altro non sono che tentativi inutili di piegare l’economia ai propri desiderata. La politica invece può e deve porre quelle regole che consentono a chi lavora di sviluppare le proprie capacità e di creare un’economia in grado di competere ad armi pari con gli altri.
La logica e i principi sono quelli fermamente liberali e liberisti, ma l’approccio deve essere graduale e l’Europa deve muoversi come sistema economico al pari degli altri grandi agglomerati, Usa e Cina in testa.
Ecco qui quello che noi intendiamo per l’Europa dei popoli e non delle burocrazie statali.

Prima chi produce

Tanti che dapprima avevano sostenuto la necessità di delocalizzare, hanno cominciato a rendersi conto che la globalizzazione scriteriata ha creato un effetto boomerang, minacciando l’intero sistema industriale.
Per troppi anni hanno sventolato le bandiere della delocalizzazione a ogni costo, del lavoro portato via dall’Italia e trasferito in Paesi dove si produce a basso costo. Un’operazione condotta sulla scorta dell’illusione che polverizzare la filiera nazionale avrebbe garantito lo sviluppo di tutti. Invece tutto ciò ha comportato la perdita di molta capacità di produrre, di creare valore, affossando l’economia reale. Per questo sono convinto che la difesa delle nostre produzioni sia l’unica politica industriale in grado di ridare slancio al Paese.
Invece il modello di pensiero economico oggi diffuso vede invece la causa del terziario avanzato sopraffare la logica della produzione. È sbagliato, e il fatto che la cultura dominante abbia ormai assimilato questo approccio “anti-produzione” ha risvolti molto negativi anche sul messaggio che viene trasmesso ai nostri giovani.

Per lavorare servono solo poche e chiare regole

A distanza di quasi un decennio, la questione dazi è ritornata di attualità. Se infatti il modo globalizzato rimane orientato a favorire la completa libertà di circolazione di merci e servizi – e da liberali non possiamo che esserne contenti e apprezzare i molti benefici che ne derivano – appare evidente la necessità di stabilire una “gradualità” nel passaggio da un’economia chiusa (dazi, barriere doganali…) alla completa liberalizzazione. Stabilire una tempistica graduale, riducendo i dazi e le barriere anziché rimuovendoli dall’oggi al domani, favorisce sia i Paesi emergenti sia i Paesi già industrializzati. Infatti nelle aree in via di sviluppo si evita che un’economia che cresce troppo rapidamente crei danni ambientali e sociali irreparabili. Per contro, nei Paesi industrializzati si facilitano i cambiamenti evitando brusche ricadute negative in termini occupazionali e industriali.
Il paradosso che si verifica a seguito della globalizzazione è quello che nei Paesi industrializzati si creano enormi voragini di disoccupazione e crisi economica in vari settori, mentre nei Paesi emergenti le condizioni dei lavoratori non migliorano, l’ambiente viene distrutto, si assiste a fenomeni migratori incontrollati dalle campagne alle città con enormi problemi sociali e ambientali… È necessario dunque modulare nel tempo la liberalizzazione di alcuni mercati, spingendo l’Europa a comportarsi esattamente come Usa e Cina che difendono le proprie filiere produttive attraverso varie forme di barriere all’ingresso.

I nemici delle piccole imprese

Ci hanno raccontato per anni che era arrivata la fine del nostro sistema fondato sulla piccola e media impresa. Che le realtà imprenditoriali italiane, e soprattutto del Nord, non avevano altra via di sopravvivenza se non quella di espandersi o di aggregarsi tra loro. Perché erano troppo piccole per la globalizzazione, troppo fragili finanziariamente. Lo ribadivano economisti, presidenti, direttori di organizzazioni di categoria, sindacalisti. Lo ribadivano, anzi lo ribadiscono tuttora, politici appartenenti a tutti gli schieramenti.
Invece di sostenere il nostro modello, di potenziarlo in quanto fondamento essenziale della struttura sociale delle nostre comunità e strumento di affermazione sulla scena economica internazionale, si sono perduti anni a ripetere che il modello era finito. In questi decenni si è infatti consumata una vera e propria guerra ideologica al sistema delle piccole e medie imprese, condotta da molti nemici e su molti fronti, “nemici” che ne minano la sopravvivenza con il loro operato. Paradossalmente, si tratta spesso di entità che vivono sulla prosperità creata dal modello economico padano e che dovrebbero sostenere attivamente lo sviluppo imprenditoriale, anziché ostacolarlo. Ma così non accade.
Il più temibile nemico delle imprese oggi sono le banche. Proprio quelle banche che in passato hanno giocato un ruolo determinante nella crescita del nostro sistema produttivo, e che invece attualmente sono quelle che più gli remano contro. Oggi le banche si sono strutturate in grandi gruppi il cui impianto è diventato via via sempre più burocratico, in cui contano moltissimo i numeri, anzi sono solo quelli a contare. Ma i numeri evidenziano solo aspetti quantitativi, non certo qualitativi, del lavoro che si sta svolgendo; non possono dare il senso di cos’è un’impresa fatta di persone, organizzazione e speranze.
Ovviamente ci sono aziende che funzionano (e di solito non hanno bisogno di finanziamenti), e ci sono aziende che magari hanno bisogno di tempo o di iniezioni di liquidità prima di ingranare e dare risultati, ma una valutazione basata essenzialmente sui numeri non restituisce appieno la differenza e non calibra gli interventi in funzione della specifica realtà delle ditte.
Quello delle banche è oggi un sistema molto diverso da un tempo. Negli anni ‘50 e ’60 del secolo scorso (ma anche nell’800 o agli inizi del ‘900), per esempio, il sistema economico lombardo ha conosciuto fasi di intensa crescita, e grazie allo sviluppo di un solido sistema industriale ha trainato – e tuttora traina – l’intero Paese. A dare linfa a questa crescita vigorosa sono stati senz’altro gli istituti bancari, quasi tutti di carattere locale, primo per importanza e dimensioni la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, la Cariplo.
Si trattava di un sistema bancario ancorato al territorio, che agiva tenendo conto delle peculiarità dei singoli settori e delle singole realtà, dando autonomia di intervento alle sue agenzie territoriali. Alla fine degli anni 80, per esempio, il direttore della filiale di Busto Arsizio della Cariplo aveva una capacità decisionale di spesa intorno ai due miliardi e mezzo di lire dell’epoca, paragonabili a due milioni e mezzo di euro attuali. Oggi, invece, il direttore della filiale della Cariplo (divenuta Banca Intesa) di Busto Arsizio ha una disponibilità di 25mila euro, che sono una cifra irrisoria rispetto alla necessità di qualunque piccola azienda. Cos’è successo? Semplice: si è passati dall’organizzazione territoriale alla burocrazia, dalla valutazione dei progetti a quella dei numeri, dalle persone alle logiche rigide. Nella fase compresa tra anni ‘50 e ‘60 fino agli anni ‘80 le aziende nell’area crescevano, avevano possibilità di accedere al credito, imprenditori e banche si arricchivano. Ovviamente qualche azienda ogni tanto falliva, e la Cariplo ci rimetteva soldi, ma i soldi persi erano ripagati dai prestiti concessi alle aziende che andavano bene.
Per molti anni un sistema produttivo fatto di piccole e medie aziende ha potuto dialogare con il sistema bancario perché quest’ultimo godeva nei suoi rami periferici dell’autonomia necessaria per poter, a sua volta, dialogare con le piccole aziende. Oggi questo non accade perché è tutto centralizzato, non è più possibile un’interlocuzione vera tra imprenditore e banca e le decisioni vengono prese dai vertici solo in base ai numeri. Se un tempo la banca andava incontro a un imprenditore che attraversava un momento difficile, perché era conveniente per tutti che l’azienda non fallisse e potesse tornare a fare profitti, oggi se i numeri escono dai parametri la banca revoca gli affidamenti e stop.
Ma a chi giova tutto ciò? Sicuramente ai grandi imprenditori che siedono nei consigli di amministrazione delle banche, diventati unici interlocutori. Sicuramente ai manager, che hanno incrementato potere e retribuzioni. E anche ai finanzieri, in grado di maneggiare sempre più soldi e potere. Non certo a chi lavora e produce.
Altro nemico del sistema di piccole e medie imprese è l’Unione Europea così come oggi concepita, perché la burocrazia cerca il più possibile di appiattire, di rendere tutto simile, di “standardizzare”. Il burocrate non capisce perché un piccolo imprenditore – lombardo, veneto, piemontese o emiliano – abbia un’azienda che fattura nel mondo intero e riesca magari a dar fastidio a dei colossi. Se in un determinato settore produttivo sono attive solo cinque o sei aziende di grandi dimensioni, è facile controllarle. Diverso è il caso di una realtà frammentata in miriadi di piccole e medie aziende che si muovono in autonomia.
Lo stesso vale per gli Stati nazionali, di cui in realtà l’Unione Europea è una semplice somma: anche in essi prevale di norma un approccio dirigistico, frutto di un’impostazione centralista.
Più volte ho sentito dire da funzionari dello Stato e della Pubblica amministrazione che cosa gli imprenditori dovrebbero fare, come dovrebbero muoversi sui mercati e nella finanza, esulando dal proprio ruolo e finendo per nuocere al sistema che dicono di voler difendere e che li paga per avere dei servizi.
Tuttavia, il fatto più grave è che nonostante il fallimento delle economie pianificate, è ancora radicata a livello di Unione europea o di Stato nazionale la volontà di far calare dall’alto, “top down”, piani di sviluppo e metodi di indirizzo dell’economia. «Bisognerebbe investire su questo o su quell’altro», si sente dire dai burocrati di Stato che nulla sanno del sistema industriale.
È un malcostume che ci costa ogni anno decine di miliardi di euro e comporta grandi investimenti di tempo ed energie nello sforzo vano di inseguire improbabili “strategie industriali” e “politiche economiche” calate dall’alto.
È vero invece che i piani industriali centralisti e “top down”, a esclusione del piano Marshall che però era soprattutto un piano di ricostruzione di infrastrutture, non hanno mai prodotto effetti tangibili. Lo testimoniano 150 anni di storia del Mezzogiorno in Italia, lo testimoniano tutti gli sforzi che sono stati fatti anche a livello europeo per sviluppare questo o quest’altro settore, questa o quest’altra regione. È il mercato la dimensione naturale dell’economia, e i progressi sono sempre “bottom up”, dal basso verso l’alto. La politica può e deve creare le condizioni di sviluppo, ma non è possibile prevedere né dove, né come, né quando, l’economia progredirà.
Chi afferma il contrario è nemico della libertà d’impresa e delle regole del mercato, e invece di tutelare il sistema di piccole e medie aziende frutto della libera iniziativa imprenditoriale, cerca invece di imbrigliarlo e di direzionarlo.
Sostenitori di politiche interventiste sono invece speso grandi aziende, che dal connubio con lo Stato ricavano agevolazioni e privilegi, i sindacati nazional, sia perché hanno in fondo un interesse a favorire la grande impresa rispetto alla piccola, sia per l’approccio culturale interventista in campo economico, sia ovviamente politici e funzionari pubblici, che da politiche di ingerenza dello Stato nell’economia ricavano potere.
E grandi aziende, politici, alti funzionari pubblici, sindacati trainano un sistema di giornalisti e sedicenti economisti che rende difficile la realizzazione di una battaglia liberale e lascia spesso i piccoli imprenditori soli con i loro problemi.

Piccolo è meglio

Premesso che la nostra realtà è quella di un sistema industriale e artigianale fatto di microimprese e che non possiamo pensare di cambiarlo con logiche dirigistiche e politiche centralistiche, penso comunque che una realtà così strutturata sia senza dubbio preferibile a un sistema basato su aziende di grandi dimensioni. Questo perché garantisce maggiore mobilità sociale, una ricchezza più diffusa, una flessibilità e una dinamicità che meglio si adattano alle logiche di un mondo globalizzato e contribuiscono inoltre a premiare i migliori e non i più fortunati. Le piccole imprese contribuiscono poi ad abbassare le tensioni sociali, rappresentano un ammortizzatore sociale naturale perché ricorrono meno alla mobilità o alla cassa integrazione nei momenti di crisi e incarnano in pieno lo spirito del capitalismo. La storia di ogni imprenditore è quella di uno che si è detto «io posso migliorare la mia condizione sociale», «posso fare qualche cosa per affermare un’idea, un sogno nel campo dell’economia», «posso passare da essere operaio a essere datore di lavoro di me stesso e magari di molta altra gente».
L’idea che si possa fare, il sapere di avere una possibilità è un motore prezioso di progresso per una società. La speranza di cambiamento è alla base dello spirito capitalistico: senza la speranza non ha alcun senso fare tanti discorsi sul merito e sull’impegno.
In questo quadro, quale è, allora, il compito del pubblico? Innanzitutto non deve insegnare agli imprenditori il loro mestiere, non deve usare i soldi delle tasse per finanziare questo o quell’industriale, non deve pensare di indirizzare l’economia. Deve invece dare regole certe e chiare, uguali per tutti, e che poi vinca il migliore. Abbiamo fatto la legge sul tessile, per esempio, perché non vogliamo che sulle etichette dei prodotti venga scritto il falso. Se un prodotto viene importato dalla Cina, ci deve essere scritto “importato dalla Cina”, e non si può scrivere “Made in Italy”.
Sono regole semplici, ma indispensabili perché possa esservi una concorrenza leale. Compito di GRANDE NORD è lavorare per un sistema che possa aiutare le piccole e medie imprese a vincere, per un sistema pubblico che imponga meno tasse, meno vincoli, meno burocrazia, meno leggi, ma norme semplici e chiare. Abbiamo bisogno di infrastrutture, di una scuola in grado di formare quadri, dirigenti e anche manovalanza, e di una giustizia che non impieghi anni per farci ottenere ragione. Abbiamo cioè bisogno di un Paese migliore per competere in Europa e fuori dall’Europa, facendo quello che serve e non pensando a disegnare “piani” e “strategie” che assorbono risorse e pesano sulle tasche di tutti noi, senza risolvere alcun problema.
Anche una seria riforma federale del nostro Paese porterebbe notevoli vantaggi alle piccole e medie imprese: il potere, in un sistema fondato sul federalismo, è più in basso, più vicino al territorio, alle dimensioni delle aziende, e quindi è più facile interloquire con lui. Con uno Stato federale avremmo una struttura organizzativa più simile a quella delle piccole e medie aziende, perché dinamica e flessibile.
Le piccole imprese, insomma, sono da sempre il cuore della nostra società e il loro rapporto con il territorio dovrebbe essere considerato un fattore da tutelare. Se un’azienda trasferisce la produzione all’estero, smette di essere una nostra azienda, anche se ha mantenuto in Italia la sua sede legale. Se invece l’azienda è qui, ci lavorano i nostri operai e le tasse sono pagate qui, allora la nostra difesa è d’obbligo. Da sempre vediamo il sistema imprenditoriale come un sistema che unifica il territorio, i lavoratori e le aziende. Il territorio aiuta la piccola e media azienda a competere anche oltre i suoi confini, in quella relazione dinamica tra locale e globale che costituisce il fattore decisivo della sfida oggi in atto, a livello economico, ma anche a livello sociale.

PIÙ MERITO

Scuola federale

Di formazione scolastica nel nostro Paese, si parla troppo poco. Eppure è un nodo centrale che si deve necessariamente affrontare se vogliamo garantirci un futuro. È dalla scuola che siamo stati educati e istruiti, è alla scuola che affidiamo i nostri figli, è lì che si realizzano le condizioni per una cittadinanza partecipe, attiva, colta ed è da lì che nasce la qualità del nostro lavoro. L’adeguatezza del sistema di istruzione ha infatti ricadute dirette sul sistema delle imprese. La scuola oggi è ancora gestita con una logica centralista che non considera le specificità del territorio, le sue esigenze e potenzialità, ed è un luogo dove non si fa cultura di impresa. Stando ai dati dello studio Ambrosetti, infatti, il nostro Paese quanto a formazione della cultura imprenditoriale è ai minimi livelli non solo rispetto ai Paesi dell’Unione Europea ma di tutto l’Occidente. Si tratta ovviamente di dati assai poco edificanti, e ricavati stilando una media tra le rilevazioni effettuate nelle diverse aree del Paese, una media che quindi non evidenzia il fatto che in molte Regioni la cultura imprenditoriale resta comunque abbastanza forte, mentre in altre prevale una mentalità quasi ostile alla libera iniziativa privata.
Per porre rimedio a questa situazione occorrono sia azioni immediate e dirette, sia un ripensamento generale e di lunga prospettiva. Innanzitutto bisogna introdurre in ogni scuola lo studio dell’economia e della cultura di impresa, favorendo una impostazione educativa più aperta alla positività della mentalità imprenditoriale. Ma non si tratta solo di trasmettere contenuti nuovi. Occorre una scuola Federale, dunque legata al territorio e, proprio per questo, attenta negli aspetti formativi alle esigenze del mondo produttivo peculiare di ogni regione. Non solo. Una scuola legata al territorio sarà capace di mettere in contatto i ragazzi con la propria storia e le proprie tradizioni più autentiche. Ogni provincia, ogni regione può avere esigenze educative diverse e decidere di far crescere i propri giovani in maniera diversa. È giusto che ci sia l’obbligo di istruzione a livello nazionale e che sia garantita a tutti la possibilità di andare a scuola, ma questo non significa che le modalità di governo della scuola e i programmi scolastici debbano essere uguali dappertutto.
Nessuno mette in dubbio i principi costituzionali che stanno alla base del sistema scolastico nazionale, ma proprio in forza dell’articolo 117 della Costituzione le Regioni e i singoli territori devono poter dire la loro su come si organizza la scuola e su che cosa vi si insegna. Lo stesso discorso vale per l’Università che, a sua volta, ha bisogno di stabilire un nesso più profondo con il territorio e di trovare un proprio spazio in piani di sviluppo più aderenti al mondo delle piccole aziende. Cosa può saperne, infatti, uno che sta a Roma, di quali siano le esigenze del distretto tessile del Biellese?
E anche l’università, come tutto il sistema formativo, dovrebbe poi adottare criteri di valutazione omogenei e soprattutto premiare il merito, con gli insegnanti come con gli studenti. Non si può pensare, però, che un ragazzo studi e venga premiato per il suo impegno e per i suoi risultati quando i suoi insegnanti, invece, sono trattati tutti allo stesso modo, a prescindere dalla qualità del loro lavoro.
Bisogna introdurre una sana competizione anche tra le scuole, perché non è vero che una scuola vale l’altra. Lottare per il merito significa lottare per una scuola che educhi alla criticità, che rifiuti l’omologazione. E questa è innanzitutto una sfida educativa, perché si tratta di far entrare nella testa dei nostri figli che più si impegnano, più possono portare benefici alla società e proprio per questo verranno premiati.
Proprio in questo settore invece si registra uno dei più grandi fallimenti delle attuali regioni e delle loro classi dirigenti. La volontà di non attuare l’articolo 117 della Costituzione, avocando a se le competenze in ordine alla gestione della scuola la dice lunga sulla volontà di autonomismo delle classi dirigenti regionali, sempre attente a non pestare i piedi ai manovratori che stanno a Roma.
La scuola è il futuro dei nostri figli e della nostra società, e GRANDE NORD avrà sempre la scuola tra i primi punti del programma, al centro delle nostre attenzioni.

Il lavoro delle donne

In Europa si ha un più alto tasso di occupazione femminile in quei Paesi che erogano servizi migliori per la prima infanzia, dagli asili nido alle scuole materne. Si tratta di servizi fondamentali non solo per le donne e le famiglie, ma anche per far fronte alla grave crisi di denatalità in cui versiamo. Dove questi servizi funzionano anche il tasso di natalità migliora e, allo stesso tempo, le donne sono aiutate nel ritornare nel mondo del lavoro. Se la donna é costretta a rinunciare al lavoro e a stare a casa, non guadagna, non versa contributi e finisce per essere un peso per l’economia complessiva, oltre che per il proprio nucleo familiare. Dove la donna è messa in condizione di lavorare, guadagna in autonomia e assume un ruolo pienamente attivo nel sistema economico.
Se si eccettua Malta, il tasso di partecipazione femminile italiano, intorno al 50,6%, è il più basso della Comunità Europea. Per poter stare al passo con la media degli altri Paesi dovrebbe crescere di quasi 15 punti percentuali. Ma da cosa dipende questa situazione?
In Italia abbiamo una politica nazionale che non tiene conto né delle esigenze delle donne, né delle diverse culture e tradizioni lavorative. Il tasso di occupazione femminile al Nord, per esempio, supera quello del Sud di oltre 24 punti percentuali, ma le leggi in materia sono nazionali e uguali per tutti, e non agevolano per niente chi è donna e madre.
Sul tasso di occupazione, infatti, incide sensibilmente il fatto di avere una famiglia e dei figli: una donna su otto 8 (il 13,5%), infatti, abbandona l’impiego alla nascita del primo figlio, e solo il 2,5% delle madri comincia o riprende a lavorare dopo la seconda gravidanza.
Si tratta di dati numerici che si ripercuotono in modo negativo anche sul tasso di natalità.
Non è un caso infatti che nei Paesi dove è più alto il tasso di occupazione femminile sia più alta anche la natalità. Se in una coppia si lavora in due, il livello di reddito sale e questo consente più agevolmente di allargare la famiglia. Inoltre, se la donna è messa in condizione di affermare se stessa anche lavorativamente, è più propensa ad avere figli.
Una donna che lavora produce reddito, incrementa i consumi, paga le tasse, versa contributi, mentre se sta a casa è – ai fini del bilancio pubblico – un peso non indifferente.
In Italia, però, non solo le donne lavorano poco, ma quando lo fanno non riescono a raggiungere posizioni di rilievo: la percentuale delle dirigenti d’impresa non raggiunge il 5%. Le lavoratrici italiane percepiscono in media un reddito inferiore dal 10% al 30% rispetto a quello dei lavoratori. Eppure basterebbe rivolgere lo sguardo altrove per trarre indicazioni utili al miglioramento della situazione. In Svezia ad esempio il tasso di attività e di occupazione femminile è del 70%.
Perché questa sostanziale differenza tra Italia e Svezia? I motivi sono tanti, ma si possono ridurre al fatto che per gli scandinavi la parità dei sessi non è una questione di diritti politici e sociali, ma è vista come una necessità per sostenere con forza la tradizione a favore della natalità e del sostegno sociale.
In Svezia l’elevata natalità non pregiudica il tasso di occupazione femminile, che anzi si attesta ai vertici delle classifiche europee; la donna sposata è tutelata da una solida legislazione lavorativa, fiscale e assicurativa.
La politica sociale svedese ha da lungo tempo riconosciuto il doppio ruolo della donna come madre e come sostenitrice economica della famiglia, riuscendo a coniugare politica demografica e libertà di scelta della donna al punto da rendere il tasso di disoccupazione femminile inferiore a quello maschile.
Gli svedesi, con molta semplicità, hanno preso atto che un bambino lo può partorire solo una mamma. Se ci decidiamo a farlo anche noi, capiremo finalmente che servono leggi differenziate e pensate su misura per chi ha l’esigenza di conciliare il ruolo di mamma e di lavoratrice.
Per noi padani, che viviamo in una società in cui è fortemente radicato il concetto della donna parte integrante del sostegno della famiglia, si tratta di una questione anche storica e culturale. Da noi, le donne lavorano e hanno sempre lavorato, coniugando impegno domestico ad attività lavorativa. Storicamente la figura della donna non lavoratrice apparteneva solo alle classi nobili, mentre la tradizione popolare e borghese ha sempre visto la donna impegnata nel lavoro dei campi, al telaio in casa o in fabbrica, a supporto del lavoro in bottega o nei mercati.
Se dunque altre culture considerano il ruolo della donna necessariamente “accessorio” e “complementare”, da noi la società è basata sul lavoro e vede la donna protagonista. Riaffermare questo concetto anche attraverso la nostra legislazione giuslavoristica è dunque una battaglia anche culturale.

La scuola prepari al lavoro, non alla disoccupazione

Ma torniamo alla scuola. Uno degli obiettivi che dovrebbe prefiggersi un percorso formativo, che si concluda a livello di scuola superiore o con il conseguimento di una laurea, è fornire un bagaglio di competenze professionali da spendere sul mercato del lavoro. Non ha senso che noi paghiamo scuole pubbliche che formano disoccupati fissi anziché garantire loro un futuro, che preparano solo alle posizioni del terziario avanzato.
Occorre tornare a valorizzare la produzione, e perché ciò accada è indispensabile che la scuola torni a insegnare la dignità del lavoro. Una seria cultura del lavoro implica il rispetto per tutte le forme di impiego e per tutti i lavoratori. E tornando finalmente, come ha scritto Dario Di Vico sul “Corriere della Sera” il 19 aprile 2011, a valorizzare anche il lavoro manuale: “C’è un nesso tra la rivalutazione del lavoro manuale e l’uscita dalla crisi? Penso di sì e proprio per questo motivo la riapertura di una discussione pubblica sulla (mancata) propensione dei giovani a misurarsi con la manualità ha senso… C’è bisogno di sarti, falegnami, maestri vetrai, progettisti, manutentori. E per ciascuna di queste specializzazioni c’è bisogno del contributo di giovani che siano «nativi digitali» e aiutino i loro padri ad allungare le reti di impresa. Non è vero, dunque, che tutto il lavoro nell’epoca della globalizzazione sia debole, anzi. Il made in Italy richiede una fusione tra vecchie e nuove professionalità ed esalta quindi il potere negoziale del tecnico- artigiano… Se vogliamo davvero riorientare le scelte dei nostri ragazzi non possiamo fare della retorica a buon mercato. È giusto che il governo, e più in generale la politica, su una materia come questa parlino chiaro alla società, ma allora si devono impegnare a fondo. Non si può solo deprecare la mancata virtù dei giovani, bisogna persuadere. In primo luogo le famiglie, le stesse che perpetuano una tendenza nociva alla licealizzazione e al successivo conseguimento di lauree deboli. Non è più tempo per poter sbagliare….”.

PIÙ SICUREZZA

Immigrazione

Quando si parla di immigrazione, il principio fondamentale che non può essere messo in discussione è che la legge è e deve restare uguale per tutti. L’immigrazione irregolare non deve esistere.
E la differenza tra un immigrato e un clandestino deve essere il lavoro. Anche in questo caso, siamo per chi produce e contribuisce a far progredire la società, e contro chi vive come un parassita approfittandosi del lavoro degli altri.
Si fatica in questo Paese ad affrontare il problema dell’immigrazione con lucidità e sufficiente distacco. Oriana Fallaci scriveva: “sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente oppure d’apparire razzisti non capite o non volete capire.”
L’accoglienza funziona solo se è graduale, se è pensata come un percorso scandito in tappe sufficientemente distanziate nel tempo e se viene previsto ogni aspetto diretto, indiretto e collaterale. Che cosa significa in concreto? Significa che si accoglie davvero se ci sono le strutture e le condizioni. Non si possono accogliere dall’oggi al domani migliaia di persone semplicemente spalancando le porte e improvvisando. Ci vuole un’adeguata preparazione, occorre che la società sia dotata degli “strumenti” dell’accoglienza, e cioè non solo il posto di lavoro, ma anche la casa o il posto dove costruirla, gli spazi negli asili e negli ospedali, una struttura pensionistica capace di dare una pensione senza toglierla a chi ne ha diritto.
Ai bisogni degli individui che si trasferiscono nel nostro Paese per lavorare si può rispondere adeguatamente, a condizione però che gli arrivi rispettino una certa gradualità nel tempo, che deve rispondere all’esigenza di dare ai nuovi arrivati la possibilità di integrarsi prima di farne arrivare altri, è necessaria poi una seria strategia di pianificazione dell’accoglienza nello spazio.
La prima cosa da fare per affrontare il problema è dunque inquadrarlo in una prospettiva di lungo periodo e regolarlo in base al principio della gradualità e della sostenibilità economica.
E poi ci sono discorsi ricorrenti che non hanno senso e devono pertanto essere smontati.
Innanzitutto non possiamo accettare la logica che abbiamo bisogno di immigrati perché ci sono lavori che nessuno vuol fare. Chi ragiona così sottende un pensiero di sfruttamento al limite di una nuova forma di schiavitù. Sono lavori che i più rifuggono perché sono poco pagati per il carico che richiedono. Pensare di non aumentare i salari e invece rivolgerci a manodopera di extracomunitari, significa voler sfruttare i più deboli. Questa sì che è discriminazione! Se uno dei motivi per cui i giovani non sono disposti a fare certi lavori – oltre alla convinzione che siano in sé degradanti, e su questo deve lavorare la scuola – è il fatto che sono pagati troppo poco. Allora che li si paghi di più!
E non è affatto detto che aumentare gli stipendi significhi aumentare il costo complessivo del lavoro. Anzi, quest’ultimo può essere ridotto se si agisce su tasse e contributi, con il duplice beneficio di agevolare i datori di lavoro e di aiutare i giovani in cerca di occupazione.
Quello della riorganizzazione del sistema fiscale e contributivo dovrebbe essere uno dei punti centrali dell’iniziativa politica del prossimo futuro. Ma se davvero vogliamo un sistema economico e del lavoro più equo e più moderno, dobbiamo andare verso forme di Federalismo, di contrattazione decentrata, di flessibilità territoriale. Decidere gli interventi su scala rigidamente nazionale implica infatti l’imposizione di regole schematiche e magari inadeguate alle specificità dei singoli ambiti territoriali.

Giustizia e legalità

Nel nostro Paese si parla di giustizia e legalità, invece la formula corretta dovrebbe essere: “giustizia è legalità”, o “legalità è giustizia”.
In realtà il nesso tra legalità e giustizia è tutt’altro che scontato. Come osservava Carl Schmitt, la legalità è cosa diversa dalla legittimità: le azioni del potere nazionalsocialista, per esempio, erano senz’altro legali, cioè conformi alla legge, ma si può dire che fossero anche legittime? La legittimità discende dalla sovranità. Se un potere non è legittimo, crea norme legali, ma illegittime. Proprio qui sta, del resto, anche il fondamento della disobbedienza civile…
Uno Stato sovrano fa leggi conformi a giustizia e pretende che siano rispettate. Nel nostro Paese, invece, succede che leggi e provvedimenti siano approvati per rimanere lettera morta. Qualche esempio? Partiamo dal fenomeno della contraffazione, che tante risorse sottrae alle casse dello Stato e delle nostre imprese. Ebbene, in questo Paese si fa una legge anticontraffazione e poi, di fronte a chi vende merce falsa, in spiaggia, al mercato o addirittura nei negozi, tutti fanno finta di niente, lasciando che il mercato del “tarocco” metta in ginocchio la nostra economia.
Si tratta di atteggiamenti che non dovrebbero essere tollerati con tanta leggerezza, perché è dal senso di legalità sviluppato da un popolo e dalle sue istituzioni che discende il rispetto dell’ordine interno del Paese, elemento imprescindibile per il corretto svolgimento della vita civile. Per favorire questo processo serve legiferare meno, creare meno ostacoli burocratici e tendere il più possibile alla semplificazione, evitando eccessi come quelli che si riscontrano per esempio nel caso delle norme sui seggiolini dei bambini sulle auto o sul tasso alcolemico di chi è alla guida. Dati inconfutabili, che cozzano con episodi di immoralità e cattiva condotta da parte non solo della classe politica, ma anche della Pubblica amministrazione, che nell’immaginario collettivo è un’entità astratta cui non corrispondono soggetti con un nome, un cognome, un volto e un ruolo. Ma chiunque gestisce a titolo diverso la cosa pubblica deve – come e più degli altri – sottostare alle regole.

“Riforme, riforme, riforme”

Per poter riaffermare nel nostro Paese i principi di legalità e di giustizia occorre procedere non a una, ma a tante riforme del nostro sistema giudiziario, tra i più malconci dell’Occidente.
Perché la lotta all’illecito funzioni al meglio è necessario, anzi indispensabile, che la giustizia abbia tempi certi e modi corretti di funzionare. Il tempo è l’elemento cardine quando si tratta di giustizia, semplicemente perché non si può permettere che un colpevole rimanga per troppo tempo innocente e un innocente rimanga per troppo tempo colpevole. Chi è accusato di omicidio – essendo innocente – non può aspettare vent’anni prima di essere assolto per un gesto che non ha mai commesso. Vent’anni in cui l’opinione pubblica lo considererà colpevole, in cui magari sarà stato persino in carcere, in cui avrà perso il lavoro e forse anche gli affetti. Nessun risarcimento economico potrà mai restituirgli quel tempo. La stessa velocità deve essere garantita quando a essere processato è un esponente politico, perché non si può permettere che sulla reputazione dei rappresentanti delle istituzioni ci siano ombre per più tornate elettorali. È necessario anche vigilare affinché uno strumento giuridico quale l’avviso di garanzia non diventi una sorta di bomba da piazzare nel posto giusto al momento giusto per affossare la carriera di un politico con le cui scelte il Pm di turno si trova in disaccordo. Questo non è sinceramente accettabile. Nel nostro Paese è urgente procedere a una sostanziale riforma della giustizia che renda la sua struttura operativa moderna ed efficiente. Naturalmente a questo si oppongono i fautori dello status quo, a partire da una certa magistratura arroccata nella difesa dei propri privilegi, fatti di compensi non giustificati dal grado di responsabilità, e dalla certezza di non dover pagare per i suoi eventuali errori. L’eccesso di burocrazia che strangola la giustizia e il ministero competente e la totale impunità di cui gode chi ricopre ruoli anche diversi in questo delicatissimo settore, sono i punti di forza di un sistema che va assolutamente sovvertito. L’impunità per chi sbaglia non è più ammissibile: chi non sa fare il giudice non deve più farlo, punto e basta. Non è pensabile giocare con le vite altrui. Di contro, chi è capace deve essere premiato, gratificato e messo nelle condizioni di fare carriera: perché il merito non deve essere un concetto off limits per le aule di tribunale.

Federalismo antidoto alla corruzione

Non credo che esistano il partito degli onesti, come sostiene Di Pietro e come lascia intendere Grillo, e quello dei disonesti. Forme di corruzione sono purtroppo fisiologiche nella gestione della cosa pubblica, anche se è pur vero che ci sono modelli organizzativi che rinsaldano la moralità e altri che, invece, la minano.
Un basso tasso di professionismo in politica, per esempio, aiuta a mantenersi integri, perché se uno non dipende dalla politica per vivere, non dipende dalla politica neanche per arricchirsi.
Il Federalismo, come dimostrano gli esempi virtuosi della Svizzera e degli Stati Uniti, può dunque davvero considerarsi la strada maestra per l’affermazione di principi di legalità e di giustizia, e di comportamenti ispirati al più limpido rigore morale.
Il Federalismo non è solo una struttura che avvicina il potere ai cittadini, ma è anche una possibilità, per questi ultimi, di controllare chi gestisce il potere. In questo senso, dunque, il Federalismo è una risposta alle esigenze di legalità e di giustizia, perché annulla l’assistenzialismo e aiuta a contrastare le forme di amoralità della politica.
Per esempio, gli amministratori locali, sindaci, presidenti di Provincia sono mediamente riconosciuti come più attenti al rispetto dei principi morali ed etici, e più disponibili a conformare a criteri di trasparenza il proprio operato. Non a caso, quando sono stato Presidente della Provincia di Varese, la mia Giunta ha eliminato le auto blu, ha ridotto gli stipendi e i rimborsi spese per finanziare opere pubbliche, e ha messo a disposizione qualsiasi dato riguardante le professioni degli amministratori. Non a caso ci siamo aggiudicati un riconoscimento da parte della Trasparency International – importante organizzazione che opera contro la corruzione in 140 Paesi del mondo – per la carta etica della Provincia, che disciplinava gli appalti di piccola dimensione. E non a caso ho voluto che a ricoprire un ruolo delicato come quello dell’assessore all’Ambiente fosse una persona di spiccata moralità come l’ex magistrato Francesco Pintus.